Affacci sull’Arno

AFFACCIARSI _ Forse quando Mauro Cenci concepisce un lavoro fotografico sui palazzi di Firenze, pensa dapprima alla fotografia di architettura. Ma dalla sua declinazione canonica viene dissuaso subito, da due ordini di difficoltà. Una soglia superiore e una inferiore rendono impossibile l’impresa o impongono un livello di complicazione che all’autore proprio non interessa. La soglia superiore sono proprio i palazzi di Firenze e le fotografie che vi si sono stratificate sopra, dai Fratelli Alinari che lì hanno casa, alle centinaia di professionisti che hanno percorso la città come repertorio storico artistico i cui capitoli vanno definiti, isolando il Palazzo, il Monumento dal flusso del vivere quotidiano, giocando di grandangolo, banco ottico, complesse scelte di punti di vista per ritagliare la Storia nella cronaca. Una soglia inferiore è invece data dalla quotidianità caotica, le automobili, il magma umano entro cui uno sguardo che cerca pulizia e bellezza sembra nuotare invano controcorrente. E a Mauro Cenci interessa molto sia il segno umano che la bellezza del segno storico. Non gli interessa fare della street photography, cerca una giusta distanza tra il suo sguardo, le costruzioni, l’idea di città che ne deve uscire. La soluzione individuata è semplice quanto acuta: la distanza è quella da una sponda all’altra del fiume, luogo di affaccio come una piazza lunga e lineare che impone una distanza quasi fissa, le facciate esattamente parallele a chi guarda dall’altra sponda.

 

ESTERNO _ Ecco allora sequenze di fotografie di architettura e urbanistica che aprono però prospettive ulteriori, che complicano e arricchiscono la pratica del fotografo professionale: il contrappunto con i monumenti che segnano lo skyline, segmenti di dialogo tra palazzi nobiliari e case popolari, la luce atmosferica che varia continuamente, scivola, cede il passo a quella della sera scaldata dalle luci artificiali.

Le facciate in prospetto sono come da corretta foto di rilievo architettonico, ma ad un fotografo canonico di quell’ambito non sarebbe permesso di riprendere un po’ di finestre aperte e un po’chiuse, qualcuna con le luci accese e qualcuna buia. Un’immanente retorica dell’ordine e della regolarità escluderebbe queste immagini di Cenci da quell’ambito ma le include in una curiosa casistica delle tavole sinottiche delle esistenze abitanti, vengono in mente le vicende intrecciate del caseggiato narrato da Georges Perec in La vita istruzioni per l’uso, autore e libro particolarmente caro a tanti fotografi dell’esterno del secolo scorso, in qualche modo calviniani.

 

INTERNO _ La curiosità per gli uomini e le loro storie, già introdotta in questa prima serie di foto di architettura imperfette ma per questo più interessanti, produce l’estensione in controcampo della teoria delle facciate. Così troviamo, in queste inquadrature dentro l’inquadratura che sembra suggerire una costruzione in abisso, ancora le facciate della opposta sponda – come mimando lo sguardo di un abitante, forse vede un fotografo dall’altra parte…- e riquadrature degli infissi, raddoppiamenti riflessi, la città che entra come moltiplicandosi nella finestra come da Delaunay. Infine, quando la luce dell’esterno cede il passo a quella dell’interno, e nei passaggi verso il buio, che scivolano tra cane e lupo e tra città del sole e città della luna e della luce elettrica, lo sguardo inizia a ritrarsi, scivola verso l’interiore, scivola sull’arredo, oggetti di altre vite, magari appena suggeriti come in un sogno di quella città.

 

Paolo Barbaro

Settembre 2016

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